D’avenia incanta con Leopardi

Il bello (e il vero) ci salveranno. Parola di Giacomo Leopardi, anzi, no, di Alessandro D’Avenia, scrittore siciliano, prof amato dai giovani, che dedica il nuovo libro (in uscita il 31 ottobre, firma copie a Milano il 2 novembre e il 3 a Bologna) a Leopardi. Già, proprio a lui, il gobbo e triste poeta di Recanati di cui tutti studiamo a scuola almeno due poesie – l’Infinito e la Ginestra -, quello stesso Leopardi che a distanza di qualche anno rimane il poeta più moderno dei moderni e che, è questa la tesi di D’Avenia “ti può perfino salvare la vita”.

“L’arte di essere fragili. Come Leopardi può salvarti la vita” (Mondadori) racconta infanzia, adolescenza e maturità con un dialogo immaginario fra Alessandro e Giacomo stesso, con lo stile colloquiale col quale si parla fra amici, perché i temi e i problemi sono gli stessi per tutti, prof, studenti e persino scrittori famosi. “Ho un ufo per le mani, vediamo se riesco a farlo atterrare”, scherza D’Avenia e aggiunge “Volevo che prendesse vita, carne, pagina, il rapporto che ho con gli autori. Ci sono libri in prima persona, altri in terza, questo è in seconda. Un ufo, appunto”.

D’Avenia lei scrive per i giovani, ma non solo. In questo libro ci sono più piani di lettura.

“Quello che sto facendo coi miei libri è un percorso di crescita mio personale e di accompagnamento ai ragazzi. Ogni storia è pensata per un anno delle superiori, Bianca come il latte, rossa come il sangue per il primo anno, Cose che nessuno sa, per il secondo, Ciò che inferno non è per il terzo e questo nuovo per il quarto anno. Ma poi i libri e questo in particolare guardano alle persone di ogni età. Scrivo quello che mi piacerebbe leggere, quello che non trovo in libreria. Le età della vita non sono tappe che si concludono e basta. Oggi tendiamo ad un usare il paradigma tecnologico. Per cui si chiude una tappa, salvi il file, basta finito, si va avanti. Invece ogni tappa è nella successiva”.

Mi spieghi meglio, cosa intende?

“Lo sperimentiamo tutti in amore. Viene un momento in cui la persona che hai di fronte deve essere amata per il bambino o la bambina che non è stata o che è stata. Dipende se è andata bene o male. Tutto è connesso”.

Siamo tutti col naso sempre immerso nello smartphone e lei parla di e con Leopardi. Cosa ci stiamo perdendo?

“La dimensione tipica dell’adolescenza: il rapimento. E siccome viene prima l’adolescenza, se non rispettiamo questa tappa si vendicherà e resterà viva, lamentosa, finché non la si risolve. Quante persone incontro mature anagraficamente che però hanno questa grossa ferita. Di non sapere bene cosa stanno facendo. Leopardi ci insegna nello Zibaldone la libertà: ‘Rileggerò le mie poesie con la consapevolezza di aver fatto qualcosa di bello al mondo, conosciuto che sia o no da altrui’. Leopardi in vita non ebbe praticamente successo, ma sapeva di aver fatto qualcosa di bello a prescindere. E si sentiva libero”.

Va bene i giovanissimi, con i problemi dell’adolescenza, ma anche i giovani meno giovani non se la passano benissimo. La generazione dei trentenni e dei quarantenni è un po’ appesa, precaria, in affanno. Lei è una persona di successo, che idea si è fatto?

“Un piccolo correttivo sulla parola successo. Nella mia vita volevo fare l’insegnante. Che nell’immaginario comune non ha a che fare con il successo. Tutto il resto, libri, conferenze, teatro, viene da lì. Il successo è andare ad occupare nel mondo quel posto per cui si è fatti. Sono le ‘passioni felici’ di cui parlo. Sulle generazioni, la nostra (D’Avenia ha 39 anni, ndr.) è quella che forse ha potuto concepire un sogno del futuro, già 10 anni dopo le cose si sono complicate. Ho 3 sorelle che viaggiano sui 30 anni e vedo che è cambiato il mondo. Nessuna di loro fa quello per cui ha studiato. Nel mondo liquido ognuno deve inventarsi qualcosa per stare a galla”.

Ecco, questo è il punto: che fare, allora?

“Soltanto se uno sa cosa ci sta a fare nel mondo può nuotare, altrimenti la liquidità diventa anche dell’anima, porta allo smarrimento. Al sentirsi ampiamente inutili, cioè non attesi. Se rinforziamo l’elemento vocazionale della vita dei ragazzi forse li rendiamo più disponibili ad accettare perfino gli insuccessi”.

 

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