LILIN RACCONTA L’ULTIMO ZAR DI RUSSIA: PUTIN

Di Letizia Magnani

Ha quarant’anni e a sentirlo parlare, Nicolai Lilin, non vorresti smettere di ascoltarlo, perché questo ragazzo dal viso pulito e dalla pelle piena di tatuaggi, ha nella voce tutta la capacità narrativa dei grandi scrittori russi, da Bulgakov, che lui ama, a Dostoevskij. Nella sua voce ci sono l’amore, la passione, il dolore, lo strazio, la guerra e la pace, l’abbandono e il ritorno. Ulisse e Dante, il paradiso perduto, il purgatorio della vita, la criminalità, la cronaca, il quotidiano che si fa arte e diventa storia da raccontare, con le parole, nei libri e con l’inchiostro, sulla pelle. Sì’, perché Nicolai Lilin, autore di molti romanzi, fra cui il discusso, ma esaltato ed esaltante “Educazione siberiana”, molte edizioni nel mondo, un film firmato Gabriele Salvatores, è un maestro di tatuaggi: “Se mi scrive la sua storia, la traduco in simboli siberiani”, dice. Ora Lilin, autore contradditorio, autobiografico, graffiante, torna con un romanzo corrosivo: “Putin. L’ultimo zar” (Piemme).

Nicolai perché si è trasferito in Italia?

“Ero venuto per trovare mia mamma, che dal 1994 viveva qui. Mio padre era un criminale locale in Russia e ad un certo punto entrambi sono dovuti andar via. Non ho visto la mia mamma per dieci anni, poi sono venuto in Italia, stava bene. E sono rimasto”.

Dove vive?

“Un po’ a Milano, un po’ nella campagna veneta. Mi piace molto”.

Quel è il suo piatto preferito?

“Russo o italiano?”

Quello che le ricorda l’infanzia?

“Allora le crespelle russe! Sono legate alla mia memoria, le facevano spesso nella mia famiglia quando era un bambino. E’ un rituale di socialità, perché si fanno e si invitano i parenti, gli amici, è un piatto attorno al quale si chiacchiera e si sta assieme”.

Il suo piatto preferito italiano?

“Potrei mangiare un tegame pieno di trippa, con le patate. Buonissima”.

E’ stato contestato per alcuni suoi libri, anche per l’“Educazione siberiana”, la criticano perché sarebbe tutta una finzione…

“Io sono uno scrittore di quel tipo che intinge la penna nel proprio sangue. Si prende sempre dalla vita, quindi nella mia finzione c’è molto di autobiografico. Non racconto mai bugie e non ho segreti”.

Una curiosità: come mai scrive in italiano?

“Perché sono in Italia, è normale credo”.

Non saprei. Vediamo, lei in che lingua sogna?

“In effetti, se ci penso, io sogno in diverse lingue, a volte in russo, altre in italiano o tedesco o inglese”.

Cosa le piace dell’Italia?

“Ho due grandi amori. Dante Alighieri, scrivo sempre con il suo busto al mio fianco. Per me è tutto. E Niccolò Paganini, un genio della musica, un rivoluzionario delle note. Noi russi amiamo l’Italia, perché tutto ciò che di bello abbiamo, lo hanno fatto gli italiani, compreso il Cremlino. Il gusto, lo stile, per noi russi sono italiani”.

Ora veniamo al nuovo libro, Putin sembra un personaggio inventato da Nicolai Lilin, è perfetto, eppure è vero. Come mai l’ha scelto?

“Amo fare ricerca storica, negli archivi, volevo scrivere un romanzo su Ivan il Terribile. Mentre facevo ricerche, mi sono però accorto che oggi il vero personaggio del momento, da saga, il vero cattivo, ma in senso letterario, come accattivante, diabolico in senso narrativo, esisteva, ed era Vladimir Putin, così ho letto qualunque cosa sia stata scritta e ho deciso di raccontare la sua storia. Nel romanzo i dati riportati sono veri, ma il modo con cui ho scelto di raccontare, è fiction”.

Lei è anche tatuare, come mai?

“Perché i tatuaggi mi hanno salvato la vita. Il primo l’ho fatto a otto anni. Stavo sempre con mio nonno e quel mondo dei tatuaggi mi ha salvato dalla droga pesante, che in Russia è arrivata negli anni Novanta. So raccontare le storie delle persone coi simboli. Traduco la vita in disegni, in simboli siberiani”.

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