Pérez-Reverte: “Non vinceremo questa guerra”

“Il ritratto fotografico di Oriana Fallaci è sulla mia testa quando scrivo”. D’altra parte Arturo Pérez-Reverte la divina Oriana l’ha incontrata qualche volta nei 21 anni da inviato speciale in giro per il mondo, fra guerre e rivoluzioni.

Così non stupisce che nell’incontro con la stampa al @festivaletteratura #festlet a Mantova il grande inviato, ora scrittore di fama internazionale affermi “Quello che scrivo fa parte della mia memoria”. Perez-Reverte prosegue “Falcò – il protagonista del suo nuovo romanzo, ‘Il codice dello scorpione’ (Rizzoli), ndr. – è un figlio di puttana, che uccide, violenta, tortura. E’ quello che ho visto per anni, non ho inventato niente. Ci sono così tante storie ancora da scrivere e cose che non scriverò mai, non dirò mai”.

In questo nuovo romanzo, tondo, profondo, bellissimo, Pérez-Reverte racconta la storia di una spia che non ha ideali, la storia di un anti-eroe per definizione al servizio della Falange. La famiglia di Pérez-Reverte è stata antifascista e antifranchista (tranne uno zio) e non c’è dubbio dove si ponga lo scrittore, ma il suo personaggio, bello, irresistibile, elegante e dannato, è devoto solo alla propria causa, essere in guerra con tutti. Non c’è ideologia, idealismo, nemmeno eroismo in lui, solo un’eleganza d’altri tempi, il pantalone con la cucitura ben stirata, le sigarette inglesi, il cappello sulle venti-tre, il tutto e il niente che si trova in ogni dannata guerre. In quella civile spagnola (il romanzo è ambientato nel 1937) e in tutte le altre, fino ai giorni nostri.

Inevitabile un passaggio di Pérez-Reverte sul quotidiano: è lo scrittore che parla (seppure sulla scorta delle esperienze sul campo del giornalista) e, proprio per questo, le sue parole appaiono profetiche, spaventose. “Roma verrà distrutta, perché non si può essere Roma e contemporaneamente capire le ragioni dei barbari. La guerra in cui siamo non la vinceremo. Un iman a Londra ha detto che verrà usata la nostra democrazia per distruggerci. E’ una buona sintesi di ciò che sta succedendo. Non possiamo contemporaneamente vivere coi vantaggi dell’essere romani e applaudire i barbari. Non si può”. D’altra parte “nessun impero sopravvive a questo”.

Le contraddizioni dell’oggi sono forse esaltate dai social, motivo per il quale allo scrittore non piacciono “il mondo è pieno di grigi, ma in 160 caratteri non puoi raccontarle tutte le infinite gamme di grigio”.

E a chi gli chiede che cosa sia oggi il “territorio comanche” (titolo di una suo libro ‘Territorio comanche’ (Tropea) dei primissimi anni Novanta, ndr.) risponde “E’ la guerra come orrore. Dopo quel libro non sono voluto tornare lì”, come a dire che allora era ancora forte la vis del reporter e che oggi, a vent’anni di distanza, vince invece quella del narratore. Lo scrittore attinge ai ricordi del giornalista, ma giocando in punta di piedi con la finzione. Perché rimane ciò che scriveva Jorge Amado, che non c’è niente di più autentico del vero e che la finzione della vita non la batte nessuno, nemmeno la fantasia dello scrittore.

Ben venga allora questo Arturo Pérez-Reverte delicato e tremendo allo stesso tempo, sciupafemmine e un po’ anche “figlio di puttana”, come e più del suo protagonista, Falcò, un anti-eroe capace di sedurre chiunque. D’altra parte il giornalista per anni ha vissuto “sapendo che bastava avere sigarette, un po’ di soldi e una scatola di preservativi in tasca, i libri nello zaino, perché fra un servizio e l’altro, anche nel pieno dell’orrore, leggevo Plutarco e tutto riprendeva un posto nella vita”. Tutto, anche la morte, anche l’orrore.

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *