UN LIBRO INTIMO E GENERAZIONALE

Quando è uscito il libro di Federico Vespa (sì, il figlio di Bruno), eravamo ancora prima di tutto quello che stiamo vivendo. Prima del lockdown, della paura per il virus del millennio, prima del restare isolati, ma interconnessi, ogni giorno in diretta su molte piattaforme diverse, eppure ogni giorno più soli. “L’anima del maiale. Il male oscuro della mia generazione” (Piemme) è un libro che ha molti pregi. Intanto sa essere intimo e assieme raccontare la storia di una generazione, la mia, la nostra. Federico ha solo un anno in più di me, nato nel 1979 lui, nel 1980 io, è diverso da me, è dichiaratamente di destra (una destra del movimento sociale che a Roma è ancora molto radicata fra i giovani), vive a Roma. Eppure, questa sua capacità di dirsi, senza filtri, lo rende molto simile a me e a tutti noi.

Sta in questo la forza del libro, che racconta con una certa ironia, e in buon italiano di quel “mostro” che si annida nel suo cervello e nella sua anima. Ansia, paura, angoscia, depressione. Lui la chiama malattia e racconta, senza pudore, di medicine prese, buttate, rifiutate, di psichiatri incontrati, ascoltati, lasciati, racconta il male di vivere che affligge molti. Lo fa con intelligenza e leggerezza, ma soprattutto con un garbo proprio di chi ha attraversato la porta del dolore.

“Nato con la camicia”, come si definisce lui stesso, perché figlio di genitori famosi e quel che più conta capaci nei loro mestieri, il giornalista Bruno Vespa e la magistrata Augusta Iannini, in realtà, ancora una volta senza pudore, Federico racconta di quanto sia stato difficile scrollarsi di dosso i luoghi comuni del figlio della buona borghesia romana. Lui, che ha scelto il suo percorso, senza voli e con qualche caduta, senza coraggio, scrive più volte, rispetto alle storie private, rese pubbliche nel volume, con ragazze sue coetanee o di poco più grandi, insomma lui, che oggi quarantunenne, si confronta con i mostri di una generazione, precarietà materiale ed emotiva, angosce date da incertezze quotidiane e certezze costanti, il debito pubblico alle stelle, la politica come la società peggiore di sempre, una burocrazia elefantiaca e un degrado dei costumi che coincide con una corruzione rampante. Insomma, affronta e racconta senza voli la normalità dei suoi anni, che sono anche i miei e i nostri.

Sta in questo essere ordinario lo straordinario valore testimoniale del libro. Per un motivo meno personale e più collettivo. Perché Federico pagina dopo pagina racconta, con lo stesso stile, ironico e piano, la storia di tutti noi: Bettino Craxi arrestato sotto i riflettori delle telecamere e una pioggia di monetine che gli cadono sulla testa, Tangentopoli, omicidi e suicidi di peso, Luigi di Pietro, il giustizialismo urlato di quegli anni, la discesa in campo di Silvio Berlusconi, la fine della prima Repubblica. Anni veloci e banali, forse banali perché veloci e però così assolutamente nostri da apparire, leggendoli nel libro, persino importanti. Il tempo dell’eterno presente nel quale la generazione di Federico e mia è costretto a vivere non diventa mai epico, nemmeno quando lo leggi fra le righe di un libro. Sta in questo la sua forza. La forza della normalità, fra un drink e un amplesso, fra una partita di calcio (il calcio è molto raccontato in questo libro, al pari della vita e della politica) e un incontro mediato dai social network.

Insomma, Federico racconta quello siamo e lo fa con un controllo del pensiero e della lingua che mettono in evidenza la sua voglia (che forse è la voglia di una intera generazione) di essere semplicemente e finalmente felice. Da leggere.        

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