Una pecora nera al potere

Josè Pepe Mujica ha lo sguardo mite e il sorriso sincero. E’ questo che colpisce in lui, appena lo si ha di fronte. Un gigante con gli occhi gentili. E’ tornato in Italia a distanza di un anno dalla prima volta, per presentare il suo libro “Una pecora nera al potere. Pepe Mujica, la politica della gente” (Gruppo Editoriale Lumi), finalmente tradotto in italiano e ha fatto un tour nell’Emilia rossa, dove ha incontrato tante persone che si sono commosse di fronte alle sue parole: Modena, Bologna, Ferrara. Poi Milano (con Luis Sepulveda e Carlin Petrini) e Roma, dove era già stato esattamente un anno fa, per parlare con Papa Francesco, al termine del viaggio di una vita, quello “alla scoperta delle origini”, con la compagna di lotta e di passione, Lucia Topolansky. Allora era stato prima in Spagna, vicino a Barcellona, per visitare il paese di partenza del padre, poi dopo un viaggio in nave, per provare l’emozione e “la nostalgia”, come aveva detto lui, dei propri genitori, in un piccolo paese in Liguria, in montagna, da cui era partita nel secolo scorso la madre per il Latino America.

Questa volta in Italia “Pepe” e Lucia hanno potuto riabbracciare alcuni connazionali fuggiti alla dittatura, amici uruguayani che erano emigrati durante negli anni sessanta e settanta, quando loro erano in carcere.15 anni ci è rimasto questo uomo, 81 anni da poco, presidente dell’Uruguay dal 2005 al 2010. L’abbraccio con Mercedes Beneddetti, che in quegli anni era una giornalista di moda a Montevideo e che è dovuta scappare, fino ad arriva a San Felice, a due passi da Modena, è stato uno dei momenti più belli di questa visita. Il popolo dei latino americani che vivono in Italia ama il presidente che ha saputo restare umile. Ha sempre donato e continua a farlo il 90% del proprio stipendio da politico a chi ne ha più bisogno di lui, ai poveri. Si è perfino dimenticato di dirlo agli oltre 300 studenti incontrati a Ferrara, perché “Pepe” voleva parlare loro della “passione”: “Vi innamorerete e poi forse vi lascerete, ma dovrete sempre trovare la forza per rialzarvi. Dovete vivere con la voglia di vivere”. E dietro quella frase, che ripete anche ai giornalisti, senza retorica, c’è la sofferenza di chi è vissuto 13 anni in galere per le proprie idee, per la libertà.

Sono le persone semplici che piacciono a “Pepe” Mujica, il presidente fiorista, che dopo aver portato la rivoluzione e la felicità al potere del suo paese è tornato a fare ciò che più ama: il fiorista. Senza smettere di essere ciò che con Lucia è sempre stato: un combattente.

“Se la vecchia Europa – afferma sorridendo a domande alla fine banali -, che è culla dell’umanità, non pensa che l’immigrazione sia un ricchezza, allora sì, siamo persi. Siamo tutti immigrati. Io ho sangue immigrato nelle vene. Non dobbiamo avere paura di mischiarci. Anzi, uniamoci con gli altri. Coi giovani, coi neri, con gli altri. Purché siano persone che si impegnano. Diffidiamo dei giovani vecchi, diamo spazio ai giovani, a chi si impegna”.

E ancora “Io non so tutto sull’Europa e sull’Italia, ci sono molte cose che non conosco della vostra politica, ma una cosa la mia età me l’ha insegnata. Quello che sta succedendo nel Mediterraneo non è un problema dell’Africa, è un problema dell’umanità. E non può farsene carico l’Italia, deve farsene carico il mondo. Certo, non c’è un governo mondiale…pensate, chi vincerebbe le elezioni, ma noi dobbiamo pensare ai problemi del mondo in termini globali. Se non lo facciamo finiamo in mano alle multinazionali e allora sì, saranno problemi”.

La formula di Pepe Mujica è apparentemente semplice, si potrebbe chiamare una via etica, civica, alla gestione della cosa pubblica, che passa dall’empirismo del fare. “A volte guardandomi allo specchio – ha affermato – rido dei tanti errori che ho commesso, ma senza quegli errori non sarei dove sono ora. Se è la maggioranza che sceglie chi deve governare, allora bisogna vivere come la maggioranza, con poco, bisogna avere un bagaglio leggero per affrontare la vita. La gente perdona gli errori, ciò che non perdona è se la fotti”. Usa proprio questa parola Pepe Mujica e dell’elezione americana dice, come direbbe un nonno saggio “Il problema non è Trump, lui passa, sono i suoi sostenitori che restano. La gente che crede in quelle idee rimane”. “Pepe” e Lucia sanno cosa significa la democrazia, hanno lottato per averla. Hanno la scelto la via della lotta armata dei Tupamaros, sono stati incarcerati, in tempi e luoghi diversi, hanno riconquistato la libertà e poi hanno fatto politica con le persone per le persone.

Ora tutti potranno leggere la storia di questo piccolo grande uomo (e quella di Lucia, piccola grande donna), perché la sua biografia ufficiale firmata da Andres Danza ed Ernesto Tulbovitz è stata tradotta da un editore di Ferrara, Gruppo Editoriale Lumi. Prima di allora esisteva un solo libro in italiano con la storia di Mujica, “La felicità al potere” (Castelvecchi), curato da Cristina Guarnieri e Massimo Sgroi.

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